Due secoli di Genio Civile: la lezione di una cultura al servizio del bene comune

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A Torino il Bicentenario di un’istituzione che ha gettato le basi della buona ingegneria

Di seguito presentiamo l’articolo  di Pasquale Cialdini (già Direttore Generale del MIT Segretario Associazione del Genio Civile) e Fabrizio Apostolo sulla celebrazione del Bicentenario del Genio Civile pubblicato da  Le Strade.

Una grande lezione che arriva dal passato al servizio della comunità tecnica del presente e soprattutto del futuro. Stiamo parlando del Genio Civile, ovvero un “corpo d’ingegneri” che istituito per esercitare “la direzione e la sorveglianza dei pubblici lavori […] per quanto riguarda le opere di pace”.

La citazione è tratta dall’articolo 2 della Regia Patente del 19 marzo 1816 con cui il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I, fresco di Congresso di Vienna e quindi alla guida di un intenso processo riformatore, istituì di fatto il Reale Corpo del Genio Civile distinguendolo dal Genio Militare, nonostante la permanenza dei suoi ingegneri, per i primi due anni di storia dell’istituzione, all’interno del Ministero della Guerra e della Marina (nel 1818 il Genio Civile sarebbe passato sotto il Ministero degli Affari Interni).

Sempre tenendo lo sguardo fermo sulle origini, una notizia non trascurabile è quella per cui la stessa Regia Patente sabauda del 1816 all’articolo 4 istituiva un “Consiglio di ponti, acque, strade e selve”.

Soltanto 12 anni prima, nel 1804, nella vicina Francia era nato il “Conseil général des ponts et chaussées”, evoluzione dell’“Assemblea di ponti e strade” istituita dall’Assemblea Costituente nel 1790.

Da un lato, la genesi del primo organo di vigilanza infrastrutturale piemontese può dunque dirsi motivata e incentivata anche dall’esistenza di un modello nel grande Stato amico transalpino. Dall’altro, va sottolineata la sua nascita contestuale a quella del Genio Civile: quest’ultimo doveva occuparsi di progetti e direzioni lavori, il Consiglio, invece, di vigilanza e controllo dell’eseguito.

Due attività che, per far funzionare al meglio la macchina delle opere pubbliche, dovevano essere necessariamente separate ma anche coeve e, in un certo senso, parallele.

Andò, in effetti, proprio così.

Viaggio alle origini delle opere pubbliche

Partire con il piede giusto. L’ha fatto, a giudicare dagli innumerevoli ottimi risultati successivi, la comunità tecnica prima piemontese e poi dell’Italia Unita.

Proprio alle soglie dell’unificazione, il 20 novembre 1859 Vittorio Emanuele II emanò un decreto che riformava l’ordinamento delle opere pubbliche, spostandolo dalle dipendenze del Ministero dell’Interno a quelle dei Lavori Pubblici che era stato istituito nel 1848.

Nello stesso 1859 il Consiglio di ponti, acque, strade e selve fu trasformato nel “Consiglio Superiore dei lavori pubblici”, mentre il Genio Civile si preparava a estendere le proprie competenze tecniche a tutta la Penisola: l’Italia era fatta, ora si trattava di fare, oltre che gli Italiani, le sue infrastrutture.

Quella più emblematica del XIX Secolo sarebbe stata senza alcun dubbio il Traforo Ferroviario del Frejus: 12,233 km di lunghezza, esempio supremo di qualità progettuale inquadrata in norme di estrema chiarezza, esecuzione a regola d’arte e rigoroso rispetto dei costi programmati.

Le stesse caratteristiche, in fondo, che fanno da architettura all’intero sistema ferroviario ottocentesco. Il risultato: tra il 1860 e il 1885 la rete passò da 1.800 a 10.500 km ferrati.

In 25 anni si realizzarono dunque 8.700 km, con una media annua di 350 km.

Ma le grandi opere delle origini, emblematiche, che videro protagonista il Genio Civile furono anche, per esempio, il traforo ferroviario del Sempione, la linea ferroviaria Torino-Genova o il ponte sull’Adda inaugurato nel 1889, “gemello” della Tour Eiffel. Solo per limitarci ai casi scuola che abbiamo raccontato in questo 2016 sulle pagine di leStrade.

E proprio la rivista leStrade – nata anch’essa a Torino grazie alla capacità di visione del suo fondatore, l’ingegner Massimo Tedeschi, il 1° gennaio 1898 – ha dato voce, tra il 2015 e il 2016, alle iniziative dell’Associazione del Genio Civile, costituita formalmente il 24 giugno 2015 con il fine, come ha scritto il presidente dell’associazione Federico Cempella in una lettera al Ministro datata 30 luglio 2015, “di porre al servizio del Bene comune e del Buon Governo tutto il patrimonio di conoscenze ed esperienze maturate in 200 anni di storia e di attività nell’ampio e variegato comparto delle opere pubbliche dal Corpo del Genio Civile, dalle altre strutture centrali, decentrate e periferiche del Ministero dei Lavori Pubblici e dal Consiglio Superiore dei LL. PP.”.

Le celebrazioni torinesi

Torino, 6 dicembre 2016.

Due giorni dopo la festa di Santa Barbara l’Associazione del Genio Civile ha potuto celebrare degnamente i 200 anni di storia del Corpo ingegneristico organizzando il convegno ospitato dalla Scuola di applicazione dell’esercito dal titolo “1816-2016 Duecento anni di Genio Civile. Viaggio alle radici di una cultura al servizio del bene comune”.

La giornata, di cui renderemo conto in modo più approfondito sui prossimi numeri di leStrade data la quantità di spunti che ha fatto emergere, si è articolata in due momenti salienti: il convegno “storico” della mattina e la tavola rotonda del pomeriggio. Il primo ha visto la partecipazione di autorevoli personalità istituzionali, militari e civili, nonché di specialisti del settore delle infrastrutture e non solo.

Tra i temi affrontati, quello delle origini, naturalmente, di Genio Civile e Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici; quello, cruciale, delle regole, a partire dalla Legge fondamentale dei lavori pubblici, n. 2248, allegato F, emanata il 20 marzo 1865 ed esito di quel clima di fervido sviluppo che ha caratterizzato gli anni “ponte” verso l’Italia Unita.

Quindi si è parlato di opere, ma anche dell’opera pubblica nel contesto della pianificazione territoriale e della salvaguardia ambientale, puntando così i riflettori su un tema-chiave – quello del rapporto tra infrastruttura e contesto – che ha anche avuto la funzione di portare il confronto verso l’attualità e il futuro.

La tavola rotonda del pomeriggio, a questo proposito, ha cercato di declinare nel presente la lezione storica del Genio Civile affrontando per esempio quella che è senza dubbio la “grande opera” della contemporaneità, ovvero l’“opera grande” della manutenzione.

Ma un importante protagonista della tavola rotonda è stato anche e soprattutto, ancora una volta, il nostro territorio, la cui salvaguardia è a tutti gli effetti un bene comune a cui le nostre infrastrutture, bene comune anch’esse, devono tendere con tutto l’impegno.

Si è parlato, per esempio, di TAC, Treni ad Alta Capacità (da non confondere con il mediatico TAV), della Nuova Linea Ferroviaria TorinoLione, e del progetto di inserimento ambientale dei suoi cantieri. Quello della Maddalena, tanto per fare un esempio noto a molti addetti ai lavori, si colloca sotto un viadotto autostradale in un’area che, prima dell’avvio delle lavorazioni, risultava in abbandono.

Oggi, i materiali di scavo servono da un lato alla realizzazione dei nuovi manufatti, dall’altro proprio a risanare e migliorare l’ambiente circostante, teatro della costruzione dell’A32.

Se vogliamo, quindi, trovare una parola chiave che ha caratterizzato la tavola rotonda del 6 dicembre, questa può essere “indispensabilità”.

Le opere pubbliche sono indispensabili, così come è indispensabile la loro manutenzione.

Specialmente in un’epoca di crisi economica-finanziaria.

Se così non fosse, la luce in fondo al tunnel sarebbe davvero troppo lontana, praticamente irraggiungibile.

È una consapevolezza, questa, che non va scissa dagli altri fattori cruciali per la riattivazione di un circolo virtuoso: il progetto, la correttezza esecutiva, il ferreo controllo dei costi e i controlli finali di qualità.

Ma tra le opere pubbliche – è la seconda considerazione emersa dall’incontro – ve ne sono alcune caratterizzate da un livello ancora più elevato di indispensabilità: quelle cruciali in caso di evento sismico.

Posto che il Paese ha bisogno come l’aria, ed è sotto gli occhi di tutti, di un grande piano di adeguamento sismico di edifici e infrastrutture, occorre partire, è stato sottolineato a Torino, da quelle strade e da quegli edifici che diventano “critici” (ovvero sarebbe critico non poterci contare) proprio durante l’emergenza.

Sul fronte infrastrutturale, la priorità di messa in sicurezza dovrebbe dunque andare alle strade di accesso ai centri abitati. Sul fronte edile, la priorità andrebbe assegnata agli ospedali, a seguire le scuole da utilizzare anche come luogo di accoglienza nell’emergenza, quindi quegli edifici in cui allestire le strutture di coordinamento delle attività di protezione civile. Investire immediatamente in queste priorità da un lato darebbe fiducia alle comunità, dall’altro rappresenterebbe uno stimolo per l’economia.

Infrastrutture e territorio

La menzione ai terremoti, ma anche quella alla manutenzione, ci riporta a ancora alla storia del Genio Civile i cui uffici si sono sempre occupati non solo di strade e ferrovie, ma anche di acquedotti, dighe, opere di difesa fluviale, ospedali, scuole e in generale edilizia pubblica.

Il Corpo intervenne poi nel caso di eventi calamitosi come la Grande Guerra (ne abbiamo parlato anche sulla rivista leStrade) in collaborazione con il Genio Militare o come i terremoti di Casamicciola (1882), Reggio Calabria e Messina (1908), Avezzano (1913), Friuli (1976), Irpinia e Basilicata (1939 e 1980).

Proprio il terremoto campano-lucano del 1980 fu l’ultimo evento che vide il Genio Civile in prima linea.

Il titolare di questa rubrica, tra l’altro, visse quella circostanza in prima persone nelle vesti di ingegnere del Genio Civile distaccato nelle zone del sisma.

L’epoca era quella del passaggio cruciale di determinate competenze tra le neonate Regioni e lo Stato.

Nel 1980, però, le istituzioni regionali erano ancora troppo debole per gestire massicciamente l’emergenza e la ricostruzione, ragion per cui l’organizzazione messa in campo era ancora quella “classica”: il commissario Giuseppe Zamberletti coadiuvato da due subcommissari (erano i Provveditori alle Opere Pubbliche di Campania, Martuscelli, e Basilicata, Giuseppe D’Amore), quindi coordinamento degli Uffici del Genio Civile, permanenti e speciali, ovvero creati ad hoc nel territorio colpito.

L’emergenza vera e propria era gestita dal Corpo dei Vigili del Fuoco, mentre gli ingegneri del Genio Civile si occupavano di demolizioni e puntellamenti degli edifici nella fase emergenziale, nonché della loro ricostruzione nella fase successiva.

Rispetto al modello attuale, basato sull’intervento della Protezione Civile, che pur ha migliorato, per esempio, la tempestività di gestione delle’emergenza, quello attuato fino al 1980 garantiva una maggiore continuità tra emergenza e ricostruzione.

Gli ingegneri del Genio Civile, dipendenti del Ministero dei Lavori Pubblici, effettuavano il primo intervento e poi rimanevano sul posto, fino ai controlli finali delle opere ricostruite.

Prendersi cura del bene comune

“Grande opera” od “opera grande” che sia, il punto nodale resta comunque quello del bene comune e della sua cura.

Da esercitare soltanto attraverso una cultura che deve aprirsi al futuro, naturalmente, ma anche a determinate ottime pratiche del passato.

Ecco dunque motivato l’obiettivo divulgativo dell’Associazione del Genio Civile: rendere di pubblico dominio e diffondere, soprattutto tra le giovani generazioni, il patrimonio di esperienze culturali, tecnico-scientifiche e amministrative, oltre che “pratiche” e operative, maturate in due secoli di storia. In questi due anni, in varie occasioni convegnistiche e anche sulle pagine della rivista leStrade, ci abbiamo provato.

Recuperando bozzetti di opere più uniche che rare (letteralmente: in quanto erano disegnati a mano) dai polverosi scantinati della Biblioteca dei Lavori Pubblici, così come le vecchie e preziose annate del “Giornale del Genio Civile”.

Da Torino 2016 in poi, 200 anni dopo l’isituzione del Corpo e 110 anni dopo l’inaugurazione del traforo ferroviario del Sempione, andremo sempre avanti su questa strada, del recupero di una memoria appassionante e funzionale, in quanto espressione di reti, mirabile esempio di Made in Italy ante litteram, che hanno funzionamento brillantemente.

Di seguito l’articolo in PDF.

lestrade-2016-n-12
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